Uno su cento ce la fa

Dal primo luglio Daniele Pacini, formatore di esperienza, è il nuovo responsabile tecnico nazionale del rugby di base. Valerio Vecchiarelli lo ha intervistato per il numero 104 di Allrugby

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Cercare i percorsi adatti, studiare il terreno giusto al quale affidare i migliori semi del vivaio, capire dove e come il meccanismo si inceppi, perché se nella Nazionale U20 che due anni fa al Mondiale di Nuova Zelanda batté l’Argentina giocavano Buscema, Gabbianelli, Cornelli, Giammarioli, Manganiello, Azzolini, Parisotto, gente cui era facile pronosticare un futuro nel rugby internazionale e che, invece, oggi sembra già tagliata fuori da prospettive in azzurro, qualcosa di sbagliato dovrà pur esserci.
Poi parli con chi quei percorsi li studia da sempre e prova a disegnarli ogni volta migliori e più efficaci, e capisci che le aspirazioni sono ben altra cosa dalle aspettative, perché tutto alla fine è nella normalità delle cose, basta guardare da dove e in quanti si parte e dove e in quanti possono arrivare.
Daniele Pacini ha dedicato una vita a mettere insieme percorsi di formazione per rugbisti, sia all’interno sistema federale, dove per sei anni è stato selezionatore delle nazionali dall’ U15 all’U18, sia come “Director of rugby” dell’Unione Capitolina, uno di quei club che vivono per costruirsi dentro casa le risorse per il futuro.
La sua visione di come va il mondo ovale dalle nostre parti è illuminante: «Partiamo da un dato scientifico: esiste una percentuale precisa, matematica, che individua quanti atleti muovendo dalla base possono ambire all’alto o altissimo livello. Quel numero, fino a 20 anni fa, era del 2%, poi con i cambiamenti sociali, con le iper specializzazioni e le richieste di prestazioni fisiche sempre più alte, lo studioso russo Vladimir Platonov oggi l’ha ridotta a meno della metà, portandola a 0,8%. E allora facciamo i conti con questo dato, che ripeto è scientifico, e poi possiamo fare tutte le nostre valutazioni in merito».
Però, sempre partendo da quel Mondiale U20 del 2014, nell’Inghilterra giocavano Itoje e Tompkins, nell’Argentina Petti e Rosti… «E sempre di percentuali si tratta. Bisogna evitare un errore di fondo: non è possibile pensare che chiunque passi per l’Accademia sia destinato a una vita da professionista di alto livello. Magari fosse così… Che Campagnaro avesse un futuro nel grande rugby internazionale chiunque segua un po’ i fatti del rugby lo sapeva da tempo. Ma Campagnaro è uno e con lui il dato scientifico è già occupato. Non possiamo pretendere di avere in Accademia quindici Parisse, quindici Zanni, quindici Campagnaro. Abbiamo dei bravi atleti in prospettiva e per loro dobbiamo studiare i migliori percorsi possibili, sapendo che non tutti potranno approdare alla Nazionale o ambire a giocare in Champions Cup».
Allora questo sistema che ha come vertice l’Accademia funziona bene? «Tutto è migliorabile, ma non è certo l’Accademia il problema dei nostri giocatori. Prendo a esempio la realtà che conosco meglio, ovvero la Capitolina. Dei 23 giocatori formati qui e passati in Accademia, oltre l’80% si è posizionato esattamente dove avevamo previsto. Forse due o tre giocatori avrebbero potuto avere un percorso migliore, ma alla fine il sistema ha assorbito quasi tutti nel punto esatto, là dove potevano arrivare.  Certo, se avessimo persone e atleti con potenzialità superiori già in partenza, se partissimo da un livello superiore alla media, potremmo ambire ad altro. Ma questo non succede in Italia, per cultura e per formazione sportiva e quindi dobbiamo toglierci dalla testa l’ambizione di poter fornire, attraverso la giusta formazione, ogni anno quattro o cinque giocatori di livello assoluto: un obiettivo che non è contemplato dalla scienza, né dalla nostra realtà sociale».
Un discorso colmo di pessimismo… «Assolutamente, anche perché tutti, dall’Inghilterra in giù, devono fare i conti con questi dati. È nostro compito potenziare la formazione dei giocatori e possiamo farlo solo costruendo dei sistemi. Oggi i nostri giocatori usciti dall’Accademia hanno difficoltà a posizionarsi, fatta eccezione per quelli che rientrano nella percentuale minima di Platonov. Lì dobbiamo intervenire, costruendo un sistema che sappia mettere a proprio agio e nel posto giusto proprio quelli che non possono andare spediti con le proprie gambe».
Parliamo di questi sistemi possibili: «Io non vedo l’equilibrio negli obblighi, nei minutaggi, nelle quote da imporre ai club, ma in un sistema complessivo che non può prescindere dalla condivisione e cioè da una strategia comune tra interessi della Federazione e bisogni dei club. In Capitolina abbiamo voluto e avuto l’opportunità di generare sinergie tra sistema Fir e sistema del club, cercando sempre di facilitare il confronto e questo ci ha aiutato a crescere, mentre i nostri interlocutori sono potuti entrare in contatto con le esigenze di un club o di un singolo giocatore che deve vivere quotidianamente questa realtà di base. Serve un dialogo, sereno, franco e anche molto critico. Solo così si può sperare in una crescita prima di tutto culturale e quindi a tutti i livelli, da quello puramente organizzativo a quello della specializzazione individuale. Le società chiuse, quelle che pensano esclusivamente al loro obiettivo, rischiano di essere autoreferenziali e quindi non funzionali al sistema, ma anche a loro stesse se si pensano in un’ottica di lungo periodo. Guardate che chi fa formazione e magari preferisce costruirsi un giocatore in casa all’ingaggiare uno straniero già formato, non è detto che debba arrivare ultimo per forza. Il nostro dovere, in questo momento storico, è migliorare la qualità del campionato di Eccellenza, passaggio obbligato per la maggior parte dei nostri giovani di alto livello e poi avere pazienza, tanta pazienza, nel costruire un compromesso tra risultato immediato e formazione».
Allora studiamo una ricetta per migliorare questo livello intermedio, sapendo bene che a molti club interessa molto più vincere subito che aspettare di vincere domani: «Prima di tutto bisogna stabilire che i giocatori di formazione italiana devono aumentare di numero e non ricorrendo all’escamotage degli obblighi di minutaggio, perché a noi non serve che un giovane giochi sempre gli ultimi 5 minuti di partite già decise. Imporre più presenza di atleti formati dal nostro sistema, sarebbe dare una coerenza a obiettivi che spero sino da tutti condivisi. E poi bisogna assolutamente affrontare questo alibi che è il dover andare a giocare, parlo dei club di Eccellenza, a livello internazionale, ovvero la Challenge Cup: nessuno ci vuole andare veramente, ma tutti vogliono i soldi che arrivano dalla partecipazione. E così prendiamo stranieri, sostenendo che altrimenti non si reggerebbe il confronto, togliamo spazio ai nostri giocatori e spendiamo soldi, e poi andiamo a fare le figure che tutti abbiamo sotto gli occhi».
Guardiamo avanti e cerchiamo di fare la carte al rugby italiano: «È facile per un tecnico individuare Parisse o Zanni, ma il nostro compito è fare di tutto perché non ci scappi qualcuno che potrebbe arrivare, attraverso il giusto percorso, a quel livello. E per far ciò è indispensabile lavorare moltissimo nel settore del rugby di base fino all’U18 e poi studiare, mettendo mano al livello del campionato di Eccellenza, come completare la formazione verso il rugby professionistico. E poi non cerchiamo sempre alibi, come quello che gli altri hanno staff sempre più ampi, preparatori atletici quasi individuali per ogni giocatore, strutture galattiche. Il problema degli staff numerosi è solo di sostenibilità economica e noi non possiamo permetterceli. Ma in questo momento abbiamo altre esigenze e la prioritaria è offrire ai ragazzi in Accademia un percorso di qualità, e non è un preparatore fisico in più o in meno che determina un successo o un insuccesso. Bisogna creare un sistema condiviso con il giocatore al centro, che abbia la consapevolezza di essere attore del proprio destino. Perché da noi troppo spesso i ragazzi non arrivano dove potrebbero perché si calano in un ruolo passivo, aspettando che siano gli altri a decidere per loro. E questo è un obiettivo di cui dobbiamo farci carico tutti insieme».

La mischia azzurra under 20 durante il Sei Nazioni di categoria.

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