Springboks: la resurrezione dopo la sofferenza

Più che Springboks, bufali lenti, con l’occhio stolido, perso nel vuoto; il pubblico di Ellis Park, attonito; gli irlandesi, vicini al colpo nella città dell’oro, dove un loro conterraneo (fatalmente, un Murphy) mise in vendita per 35 sterline il Rand, il più ricco filone del mondo, per spenderle rapidamente in bevute.

Primo tempo: 3-19.  Poi la scintilla accesa da Ruan Combrinck detto The Punisher, un enfant du pays che scuote chi, a quel punto, tentava di annegare la delusione nell’ennesima pinta di chiara e creava un colonna sonora di triste disapprovazione.
Quella meta sembra il corno suonato da Elia: i bufali abbandonano il pantano delle loro idee, tornano a caricare, a trovare i varchi che i verdi avevano chiuso, a tener stretta la palla che volava via come fosse stata gonfiata con un gas esilarante. Warren Whiteley (un altro subentrante che lascia il segno), il biondo XXXL Stef du Toit, Damien de Allende, nomi boeri, britannici e portoghesi per una riscossa che materializza il sorpasso ai meno 5’, da 3-19 a 32-26 in 20’ che
trasportano Allister Coetzee, il nuovo allenatore, dal letto di chiodi sul quale si stava stendendo al tappeto magico che vola sul vecchio tempio dove nel ’95
venne officiato il rito ovale del ritorno del Sudafrica nel mondo. Perdere la prima (contro l’Irlanda ridotta per un’ora in 14!) è stato grave; perseverare sarebbe stato diabolico.
La vittoria dei Boks non rientra nella categoria dell’estro cosparso di scuri lustrini dei Blacks né nella pianificazione strategica che porta l’Inghilterra di Eddie Jones a celebrare in Australia storiche ceneri rugbistiche. Quella reazione, quando soltanto un paio di dita reggono un corpo che penzola nel vuoto, è appunto una reazione chimica, sviluppata da una scatenamento ormonale, da un intervento e da una superproduzione di adrenalina. E’ una metamorfosi e una ribellione: l’una e l’altra maturano in quel poco che resta del giorno, nella dimensione dell’altopiano che i Boks, a quattro e a due zampe, prediligono: a 1800 metri sul livello del mare, chi non è cresciuto in quel veld può provare affanno, trasformare in torpidi i movimenti che all’inizio erano fulminei, a offuscare idee brillanti.
Gli irlandesi finiscono nella trappola dell’aria rarefatta: diventa una voragine buona per accogliere un elefante quando i sudafricani lanciano il serrate, agganciano, scavalcano, impediscono che, dopo Città del Capo, l’Irlanda dei quattro vecchi regni conquisti anche Jo’burg e chiuda la serie, come hanno fatto Neri con felce e Bianchi con rosa. Sabato, all’Ok Corral di Port Elisabeth, sfida infernale. (g. cim.)

Foto Sydney Seshibedi/Gallo Images/Getty Images)

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