Rompere il cerchio

Ecco una sintesi del pensiero espresso da Conor O’Shea nei primi mesi del suo lavoro in Italia: “vincere aiuta a vincere – dice -. L’Italia deve uscire dal circolo vizioso della sconfitta. Lavorando sull’aspetto fisico, ma prima di tutto su quello mentale. Concentriamoci su noi stessi, dobbiamo diventare per tutti i più difficili da affrontare”.
Di Gianluca Barca  
Conor O’Shea non ha perso un briciolo dell’entusiasmo di partenza. Conosce le sfide che lo aspettano, ne sa valutare i rischi, ma non si scoraggia. Ci ha dato appuntamento presto al mattino: “Lascio le ragazze a scuola – spiega – e ho un paio di ore libere, prima della lezione di italiano. Vediamoci per un cappuccino…”.  Le sue indicazioni sono concrete e pratiche: in un sms ti suggerisce anche dove parcheggiare l’auto. Meglio di così…
Dall’inizio della stagione agonistica lui e il suo staff si incontrano ogni settimana in un club diverso. Lavorano, ragionano sullo stato di avanzamento dei programmi che ciascuno porta avanti, incontrano gli allenatori del campionato di Eccellenza e delle franchigie, conoscono i giocatori. Una scelta semplice, con tanti benefici per tutti.
Ma il più contento è proprio il coach degli Azzurri. “Trovo passione, volontà, tanta gente che si impegna, campi pieni di ragazzini e splendide strutture. Credetemi, sono stato alla Guizza, a Viadana, a Calvisano: in giro per il mondo non ce ne sono tanti di impianti così. A volte sono il primo a restare a bocca aperta davanti a quello che trovo, a dire caspita…”.
Beh adesso non esageriamo.
“Ma no – insiste -, questa è la realtà. A Parma, prima della partita tra Zebre e Glasgow Warriors, ho scambiato qualche parola con Greg Townsend che era sinceramente colpito dall’efficienza e dalla funzionalità degli impianti della Cittadella del rugby. Se escludiamo i club della Premiership, non so in Inghilterra quanti hanno strutture così. Mi ha detto: ‘appena l’Italia trova la strada per mettere a frutto il suo potenziale…’. Ecco io spero di poterla aiutare a farlo”.
Da dove si comincia?
“Non c’è molto da inventare, bisogna migliorare quello che non ha funzionato bene. Se tutto fosse perfetto l’Italia vincerebbe sempre. Ma niente è perfetto, anche nelle altre nazioni. Io conosco i problemi perché ho lavorato per anni con le accademie della RFU. E mentre tu fai dei progressi li fanno anche gli altri…Io devo lavorare per l’oggi e per il domani. Per far crescere i giovani giocatori e per dare qualche soddisfazione a quelli che hanno già un’età per cui non possono aspettare quattro, cinque, sei anni. Parisse, Zanni, Geldenhuys vogliono vincere adesso, non chissà quando. Cerco di collaborare con le due franchigie, con il Campionato di Eccellenza, con le Accademie. So benissimo qual è il sentimento di un movimento, di una squadra che ogni quattro anni vede arrivare un nuovo allenatore, sente nuove promesse, si vede proporre nuovi progetti e poi i risultati sono sempre gli stessi…Capisco benissimo l’umore di chi dice: eccone un altro”.
Quindi?
“Per quanto riguarda i giovani bisogna assicurarsi che i loro percorsi siano corretti, in relazione alle loro caratteristiche, al loro ruolo, ai tempi delle rispettive maturazioni.  Non tutti crescono allo stesso modo. Devin Toner si è affermato a quasi 27 anni e adesso è una delle seconde linee più forti in circolazione. Ci può essere il fenomeno, e allora è giusto che trovi subito una collocazione pari al suo valore. Perché se non entra in una franchigia ci sarà comunque una squadra straniera pronta a offrirgli un contrato. Ma il punto di partenza è che i giovani devono giocare. Perché, solo giocando, migliori le tue capacità di prendere decisioni sotto pressione, ti abituai a stare in campo”.
Perciò l’ideale sarebbe che anche chi fa già parte di una franchigia, se non trova posto nei 23 del week end, possa essere impiegato il sabato nel Campionato di Eccellenza…
“Questa potrebbe essere una soluzione. In Inghilterra i club della Premiership hanno delle società satellite nel Championship (la seconda divisione) e chi non è selezionato per la prima squadra, può giocare in una serie inferiore”.
In Italia verrebbero fuori un sacco di polemiche. Pensa se la settimana prima di Petrarca v Rovigo o di Viadana v Calvisano, si togliessero dei giocatori o se ne liberassero altri, costringendo gli allenatori a modificare i loro piani.
“Ma questo succede anche in Inghilterra, non illudetevi. Basta trovare un sistema che funzioni e con cui tutti siano d’accordo”.
Ma questi fantomatici giovani, ci sono?
“Secondo me sì. Ho visto ragazzi con ottime caratteristiche tecniche e fisiche. Devono crescere e fare esperienza. Ma la Nazionale U20 la scorsa stagione era quasi tutta formata da ragazzi del 1997 che quest’anno avranno molta esperienza in più, Riccioni, Rimpelli, Venditti…Noi dobbiamo fare in modo che cresca il loro livello di preparazione atletica, mentale, la loro capacità di seguire un’alimentazione corretta. Dobbiamo alzare l’asticella. Questi ragazzi del 1996, del 1997 devono lavorare in una certa maniera. E stabilire dei parametri che per quelli successivi sarà ancora più difficile superare.  Solo così si cresce. In un sistema che funziona, dal settore giovanile arrivano all’alto livello non più di tre o quattro giocatori all’anno. Un anno possono essere cinque, un altro due. Stiamo parlando di una quarantina di giocatori nell’arco di dieci anni. Niente succede dalla mattina alla sera. Tutto ha bisogno di tempo. Questo non lo dovete dimenticare”.
L’Eccellenza è sufficiente per la loro crescita?
“L’Eccellenza può essere una via per crescere e arrivare al PRO12, ci sono partite molto combattute e il livello può crescere ulteriormente. Poi c’è sempre qualcuno che si lamenta, questo è ovvio…”.
Il gioco
“La mia sensazione è che bisogna rompere quel circolo vizioso, soprattutto mentale, che non ti fa vincere. Penso all’atteggiamento delle squadre in campo: quelle straniere, quando giocano con le italiane, si aspettano che prima o poi le cose prenderanno il verso giusto, che l’avversario crollerà. Vanno in touche invece di calciare verso i pali, hanno un atteggiamento fiducioso, arrogante. Il contrario delle nostre che si sono abituate a perdere e sembrano aspettare solo la conferma delle loro peggiori previsioni. È difficile rompere questo cerchio. Ma sono convinto che una volta che usciremo da lì i risultati cominceranno ad arrivare. E poi è ovvio, l’ho detto il primo giorno, bisogna alzare il livello e l’intensità della preparazione atletica. Quella è fondamentale E poi voglio una squadra che combatta per ottanta minuti e che per gli avversari sia la più difficile, la più ostica possibile da affrontare. L’ho detto prima dei test di novembre: se noi giochiamo al nostro meglio e gli All Blacks fanno altrettanto è inutile chiedersi chi vincerà.  Ma se noi impariamo a giocare al massimo per tutti gli ottanta minuti della partita, se non molliamo mai, posso assicurarvi che prima o poi qualche partita la vinceremo, perché anche gli altri non potranno essere sempre al massimo. Questo deve essere il nostro credo: obbligare gli avversari a dover fare di più per vincere. Se ci riescono, bravi”.
Più carattere e meno ricerca dello spettacolo insomma.
“Io e Mike (Catt, ndr) abbiamo sembra prediletto un gioco di movimento, un gioco d’attacco, ma la prima regola è non dimenticare chi sei e quali sono i tuoi punti di forza. Bisogna giocare ma nella parte giusta del campo. È inutile fare 20 fasi senza avanzare, per perdere la palla e subire un calcio o una meta. L’Italia degli anni Novanta, quella contro la quale ho giocato io, aveva grandi attaccanti, Vaccari, Dominguez, ma il suo gioco poggiava su fasi statiche molto solide e su una mischia pesante.  Quindi è importante rafforzare i tradizionali punti di forza della squadra e sfruttare le opportunità quando esse si presentano. Questo deve essere il primo obiettivo. Tutti dicono che gli All Blacks contrattaccano sempre, non calciano mai. Ma non è vero, se sono sotto pressione anche loro calciano. Noi dobbiamo farlo e farlo nella maniera giusta”.
Cosa manca al gruppo?
“In alcuni ruoli manca un po’ di esperienza, il triangolo allargato è giovane e c’è buona concorrenza.  Dobbiamo lavorare e crescere”.
Che opinione si è fatto della litigiosità degli italiani, di questa permanente campagna tutti contro tutti?
“Sono cose che succedono anche nelle migliori famiglie. Al riparo da occhi indiscreti, discussioni e problemi ci sono anche altrove. Non è tutto oro quello che luccica. In Galles ancora si discute se quello delle “regioni” sia il formato ideale per competere nel rugby professionistico. In Irlanda è andata meglio, perché le province esistevano già da prima e sono diventate la base ideale per la Nazionale. Lasciamo stare il Top14 e la Premiership, quelle sono due leghe a parte. Aaron Cruden va a Montpellier per un milione di €…Ma credetemi la cosa che aiuta di più è cominciare a vincere. Vincere cancella ogni critica. Maschera tanti problemi.  E noi dobbiamo cominciare a vincere qualche partita. Rompere il cerchio, ecco cosa dobbiamo fare”.
L’ottovolante
“Giocare a rugby è come stare sull’ottovolante, ci sono alti e bassi, momenti difficili e momenti favorevoli, ce ne sono durante la stagione e anche durante la stessa partita. Bisogna imparare a gestirli. Contro gli Springboks a un certo punto abbiamo preso un cartellino giallo (a Fuser, all’inizio del secondo tempo, ndr). “Ecco il roller coaster” –  ho detto.  In quel momento la squadra ha saputo alzare il livello della sua prestazione, abbiamo difeso in 14 in modo magnifico e loro hanno iniziato a perdere fiducia. E poi nel finale quando il TMO ha annullato la meta alla bandierina, abbiamo stretto i denti, non ci siamo rilassati, abbiamo giocato la touche, l’abbiamo rubata e abbiamo vinto la partita. Una grande reazione.  Ci siamo trovati in alto. Una settimana dopo contro Tonga, non siamo stati capaci di gestire altre situazioni: ecco il punto basso.  I risultati dipendono dalla prestazione, se sai alzare il tuo livello davanti alle difficoltà, se sia gestire l’ottovolante, puoi vincere, la capacità di alzare il livello è tutto, è fondamentale”.

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