Pablo torna a casa

Dopo quattordici stagioni, è tornato in Argentina Pablo Canavosio. E’ stato uno dei protagonisti degli anni dell’esodo rugbistico dal Sudamerica all’Italia.
di Gianluca Barca
Fine dell’avventura, the end of the line: Pablo Canavosio torna a casa, in Argentina, dopo quattordici stagioni in Europa. Lo fa nell’estate in cui, per la prima volta, dopo più di vent’anni, l’Italia ha affrontato una tournée internazionale senza neppure un giocatore di origine argentina in squadra.
E’ vero che eravate voi a comandare, che c’era sempre un po’ di attrito tra gli argentini e gli altri?
“No, che fossimo noi argentini a comandare non è vero. Io questa distinzione “noi e loro” non l’ho mai né vista né sentita. Parliamo di ragazzi che hanno giocato insieme per anni, che sono sempre stati amici: Castro, Ongaro, Canale, Sergio, Masi, non c’erano distinzioni o problemi. Poi se mi dici che in un club si trovano sei o sette giocatori dello stesso paese, quella è un’altra cosa, inevitabilmente si possono creare gruppi un po’ troppo ristretti. Tanti insieme non vanno bene”.
La conversazione avviene alla viglia del match di Santa Fè tra gli Azzurri e i Pumas, dello scorso 11 giugno. “Sarà dura – dice l’ex giocatore di Castres, Aironi, Viadana e Calvisano, riflettendo sulla partita – dietro, loro sono molto più forti di noi”. Perplessità di chi sta raccontando questa storia: “scusa Pablo, ma quando parli di “noi” e di “loro” a chi ti riferisci. Tu sei argentino…”.
La risposta non ammette confusioni. “Sul campo di rugby, “noi” per me è l’Italia, io non sono mai stato un “Puma” e non sono un loro tifoso. Sono argentino, è vero, ma quando avevo vent’anni, se non eri di Buenos Aires o dell’Urba, in Nazionale non ci andavi. E poi ormai quella italiana è la mia maglia, quelli che ci giocano sono miei amici, è un argomento su cui non c’è discussione. Però lo ammetto, se quindici anni fa mi avessero messo davanti alla possibilità di scegliere tra la maglia azzurra e quella dei Pumas, come è capitato per altri giocatori in passato (Gonzalo Garcia nel 2008, ndr), non ho difficoltà a dire che avrei scelto quella dell’Argentina. E’ normale, sono cresciuto lì, su questo devo essere sincero. Adesso poi le cose sono cambiate, hanno creato molte accademie, il sistema di selezione è più serio. Non devi più essere amico di qualcuno per essere chiamato nelle selezioni”.
Italiano per parte degli avi (il nonno della mamma era di Alessandria), mezzo piemontese e mezzo “gaucho” (“a casa nostra, a Cordoba, si mangiava la bagna cauda”, dice), Pablo Canavosio scherza sulla doppia identità, sul fatto di poter indossare, di volta in volta, una maschera o l’altra.
“Domenica 9 luglio del 2006 – racconta-: arrivo a Castres, in Francia (dove avrebbe giocato per le successive due stagioni, ndr). In albergo tutti stanno guardando la televisione: a Berlino c’era la finale dei mondiali di calcio tra Italia e Francia. Finisce come tutti sapete e io mi presento alla reception per la registrazione con il mio bel passaporto italiano e il sorriso del vincitore. Mi guardano come un alieno. Poi, pochi giorni dopo, alla presentazione della squadra allo stadio, lo speaker annuncia: dall’Italia, il nostro nuovo acquisto Pablo Canavosiooo….: viene giù una valanga di fischi e di buuu, sui giornali teneva banco la storia della testata di Zidane a Materazzi e tutta la polemica sulle provocazioni degli Azzurri, sapete com’era. Mi chiedono se voglio aggiungere qualcosa al microfono e io, in mezzo ai fischi, dico: beh veramente sono nato in Argentina….(ride). Sceglievo le mie origini a seconda di come faceva comodo”.
Però in Italia ti sei sempre trovato bene.
“Di più, benissimo. Nell’estate del 2002 Alejandro Canale (il papà di Gonzalo, ndr) mi propone di venire per una stagione, a Rovigo. In quel momento ero l’unico della classe ’81 che era arrivato in prima squadra a La Tablada, il mio club. Ero uno spensierato studente di architettura, famiglia borghese, papà architetto, mamma preside all’Università, e in Argentina c’era una crisi nera, tutti erano scontenti, tutti si lamentavano. Presi il viaggio in Italia come una vacanza e tale fu. Partimmo in tre amici, io, Carlos Ayala e Emanuel Uranga, un estremo fortissimo che poi ha lasciato perdere con il rugby di alto livello per continuare a studiare medicina. L’Italia era un bel posto, persino Rovigo, in confronto con l’Argentina, mi sembrava una città ricchissima, macchine di lusso, di quelle che anche a Cordoba vedevi di rado. E poi il Battaglini, enorme. Al mio club la tribuna era di dieci gradini, sì e no. Il primo giorno ci chiedemmo: caspita ma qui lo riempiono tutto? I primi tempi ci alloggiarono tutti e tre in un appartamento dentro lo stadio. Era estate faceva caldissimo. Ma la prima stagione fu fantastica, anche se il Rovigo finì settimo”.

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Nella foto di Max Pratelli/Fotosportit, la meta di Canavosio contro la Scozia, che segnò la vittoria dell’Italia, nel Sei Nazioni 2010.

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