Ma il rugby ha perso la testa?

E’ ufficiale: due squadre sudafricane entrano nel Pro12, che d’ora in poi sarà Pro14. Il torneo, una volta, si chiamava Celtic League. Era nato sulla base di un concetto di vicinato e metteva insieme la squadre di tre paesi affini, per cultura, lingua e rugby: il Galles, la Scozia e l’Irlanda.

Le trasferte più lunghe prevedevano al massimo un’ora di volo, decollo e atterraggio compresi, tra Cardiff e Edimburgo ci sono poco più di 600 km di distanza, come da Roma e Treviso.

Lo scopo era creare una massa critica che potesse in qualche modo contrastare il peso economico dei due giganti del rugby europeo, l’Inghilterra e la Francia.

Il torneo era povero, ma ricco di talenti e, a un certo punto, dopo l’ingresso dell’Italia nel Sei Nazioni, qualcuno fece balenare l’idea di invitare due squadre italiane anche nelle competizione di club.

L’illusione era grande: 60 milioni di abitanti, quattro volte quelli delle celtiche messi insieme e una tradizione industriale e commerciale da far pensare (almeno quelli di Cardiff, Glasgow e Dublino…) che a sud delle Alpi fosse un regno del bengodi: Fiat, Piaggio, Peroni, Benetton, Barilla. Marchi noti in tutto il mondo e, nel caso di Benetton, famosi anche nello sport.

Chi scrive, nel 2010, ebbe un dialogo con il responsabile di un network internazionale che chiedeva informazioni sulla materia. Forse illuso, forse mal consigliato il personaggio in questione disse che il network che rappresentava avrebbe potuto farsi partner dell’operazione, a patto però: che le franchigie fossero posizionate a Milano e Roma e richiamassero nel nome il concetto di Italia (lo scopo era vendere le partite come una specie di Sei Nazioni permanente: Italia Nord vs Galles A, Azzurri vs Irlanda Est etc etc); che il network stesso fosse interpellato sulla composizione dei calendari e ricevesse garanzie adeguate sulla competitività delle due squadre.
Sappiamo come è andata: dei sessanta milioni di italiani, quelli appassionati al rugby a mala pena arrivano a cinquecentomila, di copertura televisiva credibile nemmeno l’ombra (Dahlia, Nuvolari etc), audience da campionato di tamburello (ci perdoni il tamburello) e risultati sul campo in permanente calo.

Tanto che il Pro12 ha messo insieme in questi anni un valore commerciale modesto: circa 12 milioni di € a fronte dei quasi cento del Top 14 e dei 50 della Premiership.

Il Super Rugby, a sua volta, era nato nel 1995 grazie alla robusta iniezione di denaro di Rupert Murdoch, con dodici squadre (cinque NZ, quattro sudafricane e tre australiane). Per avviare le due competizioni, Super 12 e Tri-Nations, Fox Sport all’alba del professionismo ovale aveva messo sul tavolo 550 milioni di US dollari per dieci anni. All’epoca un’enormità.

Il Super 12 poi divenne Super 14 (2006), con un incremento economico del 16% annuo, e successivamente Super 15.

Dal 2016 si sono aggiunte una squadra argentina (Jaguares) e una giapponese (Sun Wolves), per un valore che molti avevano previsto sarebbe potuto arrivare ai 600 milioni di € fino al 2020.

Anche lì, però, le cose non sono andate come si sperava: l’audience del torneo è crollata, gli stadi si sono svuotati e, dall’anno prossimo, le squadre sudafricane saranno ridotte da sei a quattro e anche l’Australia ne perderà una.

In Sudafrica le tradizionali sfide studentesche hanno raccolto di recente più pubblico di quelle del Super Rugby e in Australia la media è arrivata a 11.500 persone a partita, rispetto alle 15.700 del 2015. Su Fox Sport la media degli spettatori è stata 54mila a partita rispetto ai 70 mila di un anno fa. Per fare un confronto, sempre su Fox Sport, le sfide tra British Lions e NZ hanno fatto un media di 180 mila appassionati a incontro.

 

Due debolezze fanno una forza? Ora per raddrizzare le cose, Cheetahs e Southern Kings vengono aggiunte al Pro 12. I Cheetahs sono di proprietà di Free State Rugby, mentre i Kings appartengono alla federazione sudafricana dopo la messe in liquidazione di Eastern Province per difficoltà finanziare.

In Italia, da anni si è sperimentato il fatto che il Pro12 è un torneo difficilissimo da comunicare: non è una “coppa”, ma un vero e proprio campionato, i cui attori però sono sconosciuti ai più, attraggono solo gli addetti ai lavori.

Ora, con la formula delle due conferenze, l’analisi diventerà ancora più complicata e ostica per chi non chi mastica il rugby tutti i giorni delle stagione.

Treviso vs Cheetahs avrà attirerà più interesse di Treviso vs Leinster o Treviso vs Munster? E perché Zebre Treviso sono in due gironi diversi, ma giocheranno tra loro la bellezza di tre derby, senza condividere la classifica e quindi senza sorpassi e lotta diretta?

I sudafricani dovrebbero pagare sei milioni di € a stagione per partecipare al PRO14, incrementando il valore del torneo di un buon 50%, il che permette di versare circa 500 mila euro nelle casse di ogni club partecipante. Per molti basta questo per giustificare il loro ingresso nel torneo. E’ la stessa formula che all’inizio venne proposta alle italiane: 3 milioni a stagione, una pillola che doveva indorare la trasferte dei celti in Italia.

Con noi non ha funzionato gran che. L’impressione è che il rugby stia perdendo la testa, schiacciato a livello economico da Francia e Inghilterra e sul campo dallo strapotere All Black. Bisogna fare cassa dove si può e quando si può. Una mezza tragedia, visto che per oltre un secolo, ciò su cui il rugby ha costruito la propria identità sono stati si suoi valori. Adieu.

Foto di Roberto Bregani/Fotosportit

 

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