L’ultimo passaggio di Carlo Bruzzone

Se n’è andato Carlo Bruzzone, per tutti Brucar: stava per arrivare a 82 anni e aveva più caps che Richie McCaw: 233 volte sulle tribune di tutto il mondo quando in campo andavano gli azzurri. Esordio nel 1951, Italia-Spagna 12-0, con Paolo Rosi all’ala: A dir la verità, quella volta fisicamente non c’era, ma scrisse il suo primo articolo, venti righe per il Corriere Mercantile. Ne sarebbero seguiti centinaia, per il Mercantile, per la Gazzetta dello Sport, per il Secolo XIX. Nel rugby Carlo ha coperto molti dei ruoli possibili in quella che qualcuno ha chiamato chanson de geste ma anche umana commedia: giocatore, arbitro, giornalista, colonna del Ciar. E soprattutto, innamorato senza confini. Della palla ovale e di quella tonda quando di mezzo c’era il Genoa. Anche quello seguito nella cadute, nelle resurrezioni, nell’avventura europea.
Quando le strade della vita lo portarono a Messina, diventò la seconda linea del Cus e in una squadra giallorossa priva di giganti, lui, che svettava oltre i 6 piedi, sembrava uno straniero, un sudafricano. Brucar aveva una voce che pareva un trapano: attraversava i muri, piombava sul campo e lo spazzava, non concedeva tregua. Guadagnarono fama internazionale – lui e la sua voce – nel ’98 a Huddersfield, in fondo a un equilibrato confronto con gli inglesi: alla fine Clive Woodward, assumendo un atteggiamento di annoiata superiorità, sbrigò quello striminzito 23-15 osservando che gli italiani erano noti per praticare antigioco. Carlo iniziò a incalzarlo – “dillo, Woodward, che ve la siete fatta sotto”: in realtà la versione era più cruda e scatologica – in un italiano venato da un accento genovese che mai si era sognato di limar via. Venne accompagnato fuori dalla sala da due policeman più alti un palmo di lui. L’’incidente conobbe uno scioglimento finale quando l’Inghilterra venne al Flaminio: stretta di mano tra l’esuberante italiano e il futuro baronetto. Esuberante è l’aggettivo giusto: al Velodrome di Marsiglia ululò contro Barnes, arbitro inglese, per un meta non concessa agli azzurri. Il punteggio era 76-14 per gli All Blacks ma lui si incazzò ugualmente.
Ha visto più volti che il vecchio mister Chips, il professore che nell’immaginario college di provincia attraversa la storia, ha assistito a memorabili disfatte (era a Durban per il 101-0 e quella che doveva essere una breve o poco più divenne un lungo pezzo), era scosso da fremiti quel giorno dell’esordio vittorioso contro la Scozia e, con la sua calligrafia perfetta e leggermente inclinata, si accingeva a vergare il suo resoconto. Non era tipo da computer.
Un anno fa, nel giorno dell’80° compleanno di Giancarlo Dondi, al termine di una congiura del silenzio che aveva tra i i protagonisti gli amici più vecchi e fidati, ebbe il suo cap – da calcare in testa al posto del Borsalino nero – come un azzurro vero e strizzò via rapido una lacrima prima di afferrare mani e stringerle con la sua presa forte, da seconda linea.
Giorgio Cimbrico

Carlo Bruzzone durante la consegna di un premio Ciar

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