Le lacrime di Conor

Conor O’Shea ha piantato l’ultimo chiodo sulla bara dei London Irish (successo di Quins 32-25) e, usando uno di quei giochi di parole così amati da quelle parti, ha spedito nell’esilio del Championship (la serie B inglese) gli Exiles, per dieci anni la squadra che lo ha visto interpretare, uno dopo l’altro, i ruoli di giocatore, capitano, director of rugby, manager.
“Li abbiamo spediti giù ed è stato terribile – confessa il prossimo ct dell’Italia, sempre più prossimo al vernissage azzurro   – è difficile esprimere con delle parole quello che ora stanno provando. Alla fine del match ho detto: i Quins ce l’hanno fatta, il Northampton ce l’ha fatta, ce la farete anche voi”. Sottinteso, risalire. “Ne hanno tutte le possibilità perché la loro struttura è salda”, ha detto O’Shea.
La vittoria dell’Irish O’Shea sugli Irish (che in anni recenti hanno lanciato e venduto i fratelli Armitage, Alex Corbisiero, Anthony Watson, Jonathan Joseph, Marland Yarde) spedisce gli Arlecchini di stanza allo Stoop verso una possibile qualificazione alla Champions Cup, vada come vada la finale di Challenge del 13 maggio, a Lione, contro il Montpellier fortemente irrorato e irrobustito di sangue e muscoli sudafricani. L‘ultimo ostacolo è l’Exeter, da battere a suon di bonus (per respingere la possibile rimonta dei Sale Sharks): “Importante è essere padroni del proprio destino” ha sentenziato l’uomo che comincerà a dirigere le operazioni di Azzurra l’11 giugno nel test contro l’Argentina.
G. Cim.

Nella foto di Cristopher Lee/Getti Images, Johnny Williams and Luke Narraway, dei London Irish, escono in lacrime dal campo

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