Le cose che abbiamo imparato da Scozia v Italia

La sconfitta con la Scozia (13-34) a Singapore suona un campanello d’allarme amaro per il rugby italiano.

  • Rispetto al Sei Nazioni gli Azzurri non hanno mostrato progressi significativi nel gioco: possesso incerto, conservazione dei palloni approssimativa, esecuzione carente.
  • La difesa continua a concedere troppo. Le cinque mete subite sono in linea con le statistiche del Sei Nazioni (26 in cinque partite). Il 94% di placcaggi riusciti non dice che l’Italia non è riuscita a trovare contromisure adeguate al gioco di Townsend di cui Russell è stato ottimo interprete alternando molto bene il gioco al piede e alla mano, variazioni che ci hanno messo in continua difficoltà.
  • L’uscita dalla nostra metà campo che con Venter non prevedeva alcuna assunzione di rischio è stata spesso inefficace, modesta nell’esecuzione al piede, farraginosa nei contrattacchi.
  • In questo momento non esiste una fase del gioco cui possiamo aggrapparci, non la mischia (vinte due su tre) non la touche (10/14), non una difesa ermetica, non la capacità di rallentare i palloni avversari e rendere le loro azioni inefficaci dando battaglia sui raggruppamenti. È una squadra sedotta e abbandonata da idee che le hanno tolto quelle poche sicurezze che aveva lasciandola inerte in mezzo al campo
  • L’attacco non c’è, il piano di gioco di Venter non lo prevedeva, se non nei 22 avversari. A Singapore una partenza da mischia, nella nostra metà campo è finita con pallone perso da Allan, un contrattacco di Padovani ha messo Campagnaro in condizione di giocare per Esposito ma la palla è finita in touche. Le statistiche registrano un solo “clean break” quello di Mbandà in occasione della meta di Campagnaro. Samo vicini allo zero

Bilancio: a un anno dall’arrivo di O’Shea la squadra non mostra segnali concreti di ripresa. L’anno scorso, di quest’epoca, diede fino da torcere all’Argentina a Santa Fè poi riuscì faticosamente a superare Usa e Canada in trasferta.

Quella di oggi si batte con fatica, con giocatori che non sembrano poter dare, nè individualmente, nè come assieme, più di quello visto in questi anni, nel PRO12 e in Nazionale.

A Singapore le uniche note positive sono venute da Mbandà, Campagnaro, Padovani, nel primo tempo, Ferrari.

La sensazione è che serva una svolta radicale, lo staff deve prendere atto della situazione, accettare che ai Mondiali del 2019 il nostro obiettivo sarà qualificarci per l’edizione successiva del torneo, battendo la Namibia e il Brasile (o il Portogallo), e lavorare per il futuro.

Che fare

C’è un gruppo di giovani Ruzza, Pettinelli, Sperandio, Minozzi, forse Violi, lo stesso Leonardo Sarto, quando avrà ritrovato continuità, ai quali vanno affiancati alcuni degli attuali U20, Riccioni, Rimpelli, Zanon, Licata, magari Rizzi, Lamaro, Bianchi.  Poi ci sono i Negri, i Luus, i Marinaro, Ortis domani i Meyer e i Koegelenberg. Questi giocatori, insieme ai Mbandà, ai Campagnaro, ai Padovani, ai Ferrari vanno messi in condizione di lavorare ai massimi livelli, con programmi personali e mirati.   Nelle franchigie e in Nazionale.
Parisse e Ghiraldini potranno aiutarli crescere. Nei ruoli mancanti bisogna cercare di creare una concorrenza feroce dando spazio soltanto a chi ci tiene veramente e ha voglia di sfondare. In una Nazionale costretta a difendere perennemente come questa perché non chiamare Castello?  Il Pro12 ha creato un’area protetta da cui non sembra venire alcun segnale, o peggio, chi vi rimane per un po’ di anni sembra regredire a vista d’occhio. Non ce lo possiamo permettere. Dal giugno 2013 l’Italia ha vinto 8 partite su 46, due soltanto contro “Tier 1” (Scozia 2015 e Sudafrica), una contro le Fiji (Cremona), una contro Samoa (Ascoli) e quattro tra Canada (2 volte), Usa, e Romania.

Nella foto di David Gibson/Fotosportit, Ali Price in meta nonostante il tentativo di placcaggio di Edoardo Padovani.

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