Il redentore

Conor O’Shea arriva in Italia pieno di contagioso entusiasmo. E’ disponibile e aperto. Gli riuscirà di scaldare il cuore di un’Italia sempre tendente alla depressione, all’avvilimento, al pessimismo cosmico?

“Io non so se riuscirò a fare meglio di quelli che mi hanno preceduto – dice Conor O’Shea -. Posso dire che non vedo l’ora (lo dice proprio in italiano, scadendo bene le parole) di cominciare a lavorare e che vengo senza preconcetti (altra parola che usa in modo appropriato, nella nostra lingua). Ho delle idee, ma sbaglierei a dire quello che non va prima di essermi immerso nella vostra cultura, nella vostra mentalità. Non avrebbe senso cominciare a elencare quello che va cambiato, quello su cui si deve intervenire, prima di aver parlato con i giocatori, i tecnici, gli allenatori. In un certo senso sono fortunato perché ho subito un mese per calarmi nella nuova realtà, conoscere, vedere. Poi ragioneremo su quello che serve, tutti insieme”.
Questo è l’incipit della lunga intervista al nuovo allenatore dell’Italia che troverete a giugno nel numero 104 di Allrugby.
In essa Conor O’Shea spiega la regioni che l’hanno portato in Italia (“Perché è una grande sfida e perché quando avevo otto o nove anni, mio padre ebbe la possibilità di venire a lavorare a Roma (era un funzionario della Fao, ndr). Magari sarei cresciuto in Italia, come Will Greenwood… Invece rinunciò. Quando gli ho detto che ora io avevo questa chance mi ha detto “go!”, vai, non ci pensare”),  e parla del tour che si appresta ad affrontare con la nostra Nazionale.
“Il tour sarà logisticamente molto duro – dice -: tre paesi diversi, grandi distanze. Ma non c’è motivo per cui non si possa fare bene. Ci sarà molto da lavorare, questo è sicuro (qui non usa l’italiano: “bloody hard work”, sottolinea). Bisogna eliminare la cultura dell’alibi, le lamentele per la stanchezza, per gli alberghi non abbastanza confortevoli, per questo, per quello… voglio un ambiente positivo, voglio gente che sia contenta di essere lì, perché il successo è anche un fatto mentale. Detto questo, un punto imprescindibile è quello della preparazione atletica, del fitness. Il rugby moderno richiede ormai prestazioni anaerobiche estreme sui punti di contatto, in difesa e in attacco. Ed è necessario che nella squadra tutti e 15, anzi tutti e 23 o tutti e 30 siano dello stesso livello. Perché l’occupazione del campo, il mantenimento dell’equilibrio, sono fondamentali. E anche se a ripiazzarsi in ritardo è solo un giocatore, o due, questo sicuramente crea dei buchi nella difesa, dei quali soffre tutta la squadra”.

L’intervista completa la trovate su Allrugby in edicola a partire dalla prima settimana di giugno. Prenotatelo per tempo, oppure abbonatevi alla rivista. Sulla home page potete abbonarvi a Allrugby digital e leggere la rivista online. Il numero di giugno sarà disponibile a breve.

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