Il “cacciatore” saluta la Nazionale. L’addio alla maglia azzurra di Quintin Geldenhuys

“Mai e poi mai quando sono arrivato in Italia potevo pensare che un giorno la Nazionale azzurra avrebbe battuto gli Springboks. Se me l’avessero chiesto avrei detto che era impossibile. So che in Sudafrica la sconfitta ha fatto molto rumore e darà forza a quelli che vogliono cambiare tutto, ma la vittoria di Firenze mi ha fatto molto piacere per i ragazzi che se la sono meritata molto. Io ormai sono qui da un sacco di anni, le mie figlie in questo momento sono più italiane che sudafricane. E quando ho ha giocato per l’Italia mi sono sentito sempre al 100% parte di questa squadra. Sarei bugiardo però se dicessi che affrontare il Sudafrica a Witbank, nel 2010, nello stadio dove giocavo con i Pumas, non mi ha fatto nessun effetto. È stata un’emozione molto forte, molto particolare”.

Ora, a 35 anni, Quintin Geldenhuys ha detto basta alla maglia Azzurra: “voglio dedicarmi al Club – ha detto -, aiutare le Zebre sino a quando mi sarà possibile, e trovare più tempo da dedicare ai miei figli che stanno crescendo, alla mia famiglia”.

Quintin è calmo e riflessivo come si conviene a uno studente della famosa Monument High School di Krugersdorp, dove tra gli altri si è diplomato anche l’ex presidente sudafricano de Klerk. “Mi impegno a comportarmi in modo educato e cortese con tutti, specialmente con i miei superiori”, recita uno dei passaggi del codice della scuola. Non sorprende che Quintin ne abbia fatto una regola anche nel gioco e nella vita di tutti i giorni, lui che ha indossato 67 volte la maglia dell’Italia e cinque volte è stato anche capitano della Nazionale. A chi gli chiedeva, una volta, del suo carattere riservato, delle sue poche parole rispondeva: “Parlo se sono il capitano, sennò mi concentro sul mio lavoro, su quello che devo fare. Spronare, spiegare, motivare spettano all’allenatore e al capitano. Nella mia visione delle cose non c’è bisogno che ognuno dica la sua, basta e avanza che lo faccia chi ha i titoli per doverlo fare. Sono stato capitano degli Aironi e qualche volta, in assenza di Marco (Bortolami, ndr), mi è capitato di farlo anche alle Zebre con l’Italia (nel tour del 2014 contro la Scozia, nel 2015, e ai Mondiali, contro la Romania). È un ruolo che non mi dispiace, ma che non cerco e non ho cercato. Se ho un compito mi impegno a svolgerlo al meglio, senza tante distrazioni”.

Nel 2002 Quintin Geldenhuys faceva parte della nazionale sudafricana U21 che vinse il mondiale di categoria. Di quella squadra, la gran parte sono diventati Springboks: Gary Botha, Gurthro Steenkamp, Pedrie Wannenburg, Schalk Burger, Fourie du Preez, Jean De Villiers, Ashwin Willemse e altri. Non è stato un peccato non aver perseguito quella strada fino in fondo?

“Diventare uno Springbok è il sogno di ogni ragazzino sudafricano – ha raccontato -. Giochiamo a scuola, rigorosamente a piedi nudi, perché da noi in classe si porta la divisa e le scarpe che la accompagnano sono formali, non puoi correrci sul campo. E se ogni volta per giocare devi cambiarle finisce che un paio lo perdi e poi a casa sai quante te ne dicono… La Monument School, tra l’altro è una delle più famose per il rugby in Sudafrica e difatti mi ha permesso di diventare un professionista e di entrare nell’Accademia degli Sharks. Da dove mi hanno mandato ai Pumas a fare esperienza in Currie Cup. Solo che lì, a un certo punto, non hanno più avuto i mezzi per continuare a un certo livello e questo è successo quando dall’Italia mi hanno prospettato l’opportunità di fare un anno a Viadana. Ho pensato che sarebbe stata una buona occasione. Poi dopo il primo anno me ne hanno offerti altri due, l’offerta era molto migliore rispetto a qualunque altra in Sudafrica, e quando gli anni sono diventati tre, Nick Mallett mi ha prospettato l’ipotesi di giocare per l’Italia”.

Vuol dire che ti eri trovato bene.

“Sì, nel frattempo mi ero sposato, pensavamo di avere dei bambini, abbiamo valutato bene le cose, sul tavolo c’era anche un’offerta degli Stormers e io non avevo mai giocato nel Super Rugby, l’idea mi allettava. Poi però abbiamo optato per l’Italia, questo ci è sembrato un buon posto per avviare una famiglia. Abitiamo a Boretto, abbiamo un giardino, possiamo fare i nostri barbecue, ci piace vivere in un posto tranquillo”.

Che effetto ti aveva fatto l’Italia, all’inizio?

“Quello di un posto dove non capivo una parola e non è facile vivere in un paese dove non puoi parlare con nessuno, anche se in squadra a Viadana c’erano parecchi stranieri. E poi in Sudafrica siamo abituati a fare la spesa di domenica, i supermercati, i negozi sono sempre aperti. Io, appena arrivato, trovavo sempre tutto chiuso, o perché era sera, o perché era l’ora di pranzo, o perché era un giorno di festa. E ancora adesso una cosa con cui faccio fatica a fare i conti sono i vostri tempi: hai un problema, chiami un idraulico, un elettricista, e non può venire prima di tre giorni, quattro. Tutto si fa con molta calma, qualche volta troppa”.

Di cosa si occupano i tuoi genitori in Sudafrica?

“Mio padre ha un business di materiali per l’edilizia, mia mamma un negozio di ferramenta.  Mio suocero ha una fattoria vicino alla quale anch’io ho comprato della terra, ho cinquanta mucche e ho piantato 1.500 ulivi, un giorno farò il contadino. Per il momento ho ancora un contratto con le Zebre (1 anno +1), poi si vedrà se il rugby mi offre qualcos’altro. Non mi dispiacerebbe fare il preparatore atletico, ma dobbiamo valutare anche il futuro delle bambine (Mia, di quattro anni, e Ane, cinque anni e mezzo, ndr), adesso la loro patria è l’Italia, la loro lingua l’italiano, vanno a scuola e all’asilo qui, però non so come ci organizzeremo in futuro, vorrei che conoscessero anche il Sudafrica, non solo come un posto di vacanza”.

L’impatto dei mondiali di rugby del 1995 sul Sudafrica è universalmente noto, quelli di calcio del 2010 che effetto hanno avuto?

“Prima del 2010 il calcio in Sudafrica era uno sport seguito solo dai neri. Guardavano i campionati dei paesi europei, inglese, italiano, tedesco, francese, spagnolo e tifavano per i giocatori di origine africana, per loro era un motivo di orgoglio. Io stesso prima di venire qui il calcio lo conoscevo e lo capivo poco. La Coppa del Mondo gli ha dato popolarità diversa: tutti nel paese sono andati a vedere almeno una o due partite.  Adesso c’è un canale tv che trasmette calcio 24 ore al giorno. E ogni volta che torno a casa c’è qualcuno che mi chiede di portargli una maglia del Milan o della Nazionale italiana di calcio, o di un’altra squadra. Anche i bianchi da allora hanno cominciato a tifare per i Bafana Bafana, ai mondiali magari l’avevano fatto in finale per l’Olanda, la terra dei nostri padri…o forse aveva fatto colpo la maglia arancione”.

Anche la tua famiglia è di origine olandese?

“Sì, anche se non mi risulta che abbiamo parenti in Olanda”.

Parli olandese?

“No, la mia lingua è l’afrikaans, però se gli olandesi parlano piano li capisco”.

Sappiamo che sei un appassionato cultore della caccia.

“È vero, ma non sparo per il gusto di farlo. Caccio solo gli animali che si possono mangiare: kudus, waterboks, springboks. Mai sparato a un leone o a un elefante per il gusto di farsi una fotografia o di mettere il trofeo sulla parete di casa. Faccio il billtong, Mai comprato un etto in vita mia. In Sudafrica abbiamo la nostra piccola macelleria, quando andiamo a caccia trattiamo noi le carni, prepariamo le bistecche etc”.

Sei un maniaco della dieta e del fitness?

“Mi piace allenarmi, ma non sono Zanni (ride), lui è di un altro mondo. E mi piace mangiare, tutto.  Dopo la partita non mi dispiace neanche bere un paio di birre. Però sono uno che sta abbastanza attento al lavoro e alla preparazione”.

Chi erano i tuoi idoli da ragazzo?

“Facile, giocavo seconda linea: Victor Matfield e Bakkies Botha”.

In bocca al lupo Quintin, ci mancherai.

 

(Foto di Roberto Bregani/Fotosportit)

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