E’ rugby o è “touch”?

Che il rugby non sia più quello di una volta con i suoi difetti e alcune assurde violente degenerazioni è evidente a tutti ed è un bene che sia così.

Però l’impressione è che ultimamente si sia varcata la soglia dell’assurdo, in un tentativo disperato, da parte di chi amministra il gioco, di porre un freno a quello che i fisici dei giocatori moderni hanno trasformato ormai in un confronto tra gladiatori.

La sensazione è che dopo aver lasciato impunemente che il rugby diventasse terreno di conquista per “macchine da guerra” (rose di cinquanta giocatori, otto sostituzioni a partita – più del 50% degli effettivi -, stranieri senza limite, grazie all’accordo di Cotonou, in base al quale gli “        isolani” sono considerati comunitari), ora si cerchi di correre ai ripari con applicazioni “talebane” di un regolamento sempre meno chiaro. Come se dopo aver aperto il centro cittadino di una cittadina medioevale alle vetture di Formula Uno, si cercasse di limitarne l’impatto mettendo il limite dei 20 km/h.

Nei match europei del quarto week end di Champions e Challenge Cup ci sono stati sei cartellini rossi e 29 “gialli”.

La settimana precedente c’erano stati 3 “rossi” e 22 espulsioni temporanee.

In compenso aumenta il numero di giocatori che devono lasciare anzitempo la carriera per infortuni gravi o, come nel caso di George North, di ripetute commozioni cerebrali.

Ogni impatto che veda un atleta colpito sopra la linea dei pettorali è divenuto ormai a rischio di sanzione, ma anche sfiorare il volto di un avversario dà luogo talvolta a decisioni assurde.

George Earle seconda linea dei Cardiff Blues per questa azione di gioco

ha ricevuto la stessa punizione di Paul Willemse evidentemente colpevole di un fallo molto più grave

Il rugby è uno sport di contatto duro e talvolta feroce. La stazza dei giocatori lo ha trasformato in qual cosa di molto pericoloso.   Ma non è eliminando i contatti che si può riportare il gioco alla sua dimensione ideale.

Tra queste azioni qui sotto: quale è più violenta e pericolosa, quella di Elliott Daly, punita col “rosso”

o quella di Courtney Lawes perfettamente regolare, ma dai potenziali effetti devastanti sull’avversario?

Non ci sono molte soluzioni per rimettere ordine in questa materia, se non riportare il rugby a una dimensione umana. Come?

  • Rose meno ampie
  • controlli più stringenti nei confronti del doping
  • numero ridotto di sostituzioni, in modo da non avere giocatori preparati per dare tutto in mezz’ora, o meno,
  • riduzione del numero di stranieri, così da obbligare ciascun club a pescare in un più naturale bacino locale.

Tutto questo non impedirà ai Courtney Lawes di placcare come l’abbiamo fare sopra, ma può togliere un po’ di benzina “super” dal rugby attuale.

Allo studio c’è anche l’ipotesi di vietare il placcaggio sopra la cintura. Il che vorrebbe dire trasformare il rugby in un’altra cosa ancora. Forse i buoi sono già scappati dalla stalla, pensare di delegare agli arbitri il compito di rimetterceli è pura utopia. Non ci torneranno a suon di cartellini i rossi e gialli.

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