Centocinquanta Allrugby. Se fossero cap, questo magazine avrebbe conquistato un record al momento ineguagliabile a livello internazionale, davanti persino a Richie McCaw, Alun Wyn-Jones e Sergio Parisse.

Lasciateci pertanto festeggiare questo traguardo che cade a distanza di oltre tredici anni dall’uscita del primo numero. Tredici anni sono quasi cinquemila giorni, circa settecento settimane. Nell’arco delle quali Allrugby è stato testimone di cambiamenti in qualche caso epocali, dentro il campo e fuori: l’ingresso delle due franchigie italiane in Celtic League, il succedersi di cinque allenatori della Nazionale, l’introduzione di innumerevoli nuovi aspetti regolamentari. Al punto che anche il gioco oggi è molto diverso da quello di allora. Da ultimo è arrivato il Covid-19 che ha troncato brutalmente la scorsa stagione e lascia pesanti dubbi sulla ripresa e lo svolgimento della prossima.

In questi mesi, a riempire la nostra estate è stato Super Rugby Aotearoa, le cui strabilianti partite hanno allietato le nostre mattinate. Al Super Rugby dedichiamo in questo numero un dibattito fra qualificati addetti ai lavori: è davvero il più bel rugby mai visto? Il gioco espresso dalle squadre neozelandesi è straordinario, ma a ognuno, a ogni latitudine, deve essere concesso di giocare secondo le proprie possibilità e i propri mezzi. Questo è un appello a World Rugby: globalizzare il gioco privilegiando il modello “kiwi”, e introducendo regole sempre più stringenti per obbligare tutti a muovere la palla a quella maniera, sarebbe come decidere che a calcio si può giocare solo come gioca chi ha Ronaldo o Messi. Invece il calcio è uno sport che al di là di tutto, ha saputo preservare la sorpresa nei suoi risultati. È una delle poche cose che il pallone ovale deve provare a copiare da quello tondo: lasciare almeno sul campo la possibilità che l’outsider batta il più forte, che il piccolo faccia lo sgambetto al gigante. Non c’è e non deve esserci un solo modo di giocare a rugby, ognuno deve poterlo fare con la propria filosofia e la propria storia. Continuare a aggiornare le regole, in funzione di un’unica idea di rugby è un errore. Dello sport è giusto salvaguardare le varie anime, l’omologazione finirà per annoiare, impedendo ai più deboli di trovare la loro strada per competere con i migliori.

Infine due parole sulla piccola rivoluzione che Franco Smith approfittando del lungo periodo di inattività sta provando a fare sotto traccia: tra luglio e agosto ha messo sotto osservazione una settantina di giocatori: i circa trenta convocati a Parma con la Nazionale maggiore, i quaranta emergenti visionati (a Parma e a Treviso) a ferragosto. Si tratta del primo capitolo di un cambiamento storico, la cui sintesi è il “nuovo regime dei giocatori di interesse nazionale” pubblicato dalla Fir lo scorso 8 agosto.

È l’ulteriore rafforzamento di un modello centralizzato che potrà far storcere il naso a qualcuno ma è l’unico possibile in un paese che deve inevitabilmente concentrare al vertice le proprie risorse se vuole che il vertice possa continuare a irrigare la base. Una base le cui sofferenze sono antiche e di vecchia data, ma il cui rapporto con l’alto livello rimane essenziale. Nel giro di poche stagioni il processo di “industrializzazione” (orrenda parola) del rugby non lascerà scampo a romanticismi e improvvisazioni (leggere Stefano Semeraro in questo numero): il movimento italiano decollerà o affonderà tutto insieme: hic rhodus hic salta avrebbero detto i nostri padri. Rimbocchiamoci le maniche.

Gianluca Barca

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