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Sono trascorsi suppergiù mille giorni dalla nomina di Conor O’Shea alla guida dell’Italia.
Quando arrivò da noi, nel maggio del 2016, il coach irlandese era preceduto dalla fama di ottimo organizzatore, tecnico vincente e straordinario comunicatore. Mille giorni più tardi anche lui si è dovuto probabilmente rendere conto che, senza risultati, comunicare è un’arte molto difficile da esercitare, soprattutto nello sport, dove vincere e perdere è tutto, o quasi. Quanto all’organizzazione, c’è molto ancora da fare, tra staff, franchigie, accademie e allocazione dei giovani giocatori. Al punto che un paio di anni fa, O’Shea dichiarò di essere qui “per cambiare il rugby italiano”, non solo per vincere con la Nazionale. Una dichiarazione forte che ebbe bisogno di una postilla: “ognuno deve mettere da parte i propri ego personali e dobbiamo lavorare tutti insieme per crescere”.
È successo? Non ancora.
Il pubblico italiano non è particolarmente esigente, ma ha bisogno di qualcosa di cui essere orgoglioso per sentirsi coinvolto. La Nazionale non è la Grand Armée che Napoleone guidò per mezza Europa sollevando entusiasmi e facendo sfracelli prima di finire in rotta sulla Beresina, in Russia. Gli Azzurri affrontano avversari che sono molto spesso fuori dalla loro portata. Sono nella posizione dei viet cong che fanno guerra all’America. E hanno bisogno di un generale Giap che gli insegni a scavare cunicoli e trasformare ogni villaggio in una trappola, ogni capanna in un covo di ribelli.
O’Shea l’aveva capito quando disse, all’esordio, che avrebbe voluto in campo una squadra scorbutica come l’Argentina del 2007, una di quelle contro cui nessuno gioca mai volentieri.
Ma l’unico esempio di quell’atteggiamento guerrigliero è rimasta la “fox” di Twickenahm, quando per un’oretta mandammo di traverso il match agli inglesi.
Per il resto, tante mete al passivo, a volte tantissime. E una difesa facile da perforare, troppo. Match che spesso finiscono senza neanche cominciare.
Il messaggio di conseguenza è stato ulteriormente aggiornato: non più una squadra ruvida, aggressiva, feroce, ma una “grande famiglia, un magnifico gruppo, un lungo percorso di cui un giorno si vedrà il traguardo”. Quando? Chi lo sa.
Se la comunicazione è innanzitutto sostanza, bisogna cominciare dunque da una squadra che non cade al primo round e, possibilmente, neanche al secondo o al terzo. Una squadra che se proprio non può somigliare all’Argentina, che ha più classe e più numeri di noi (in tutti i sensi, a partire dalla base), almeno si ispiri al Rocky che barcolla, ma non va giù. Una voce dice: “ma gli arbitri di oggi non consentono più ad alcuno di combattere a quella maniera…”. Non lo consentivano neanche una volta, se è per questo. Clive Woodward e Geoff Cook, coach dell’Inghilterra, rispettivamente nel 1991 e nel 1998, si lamentarono di un’Italia nemica del gioco, ma dovettero sudare sette camicie per batterci. E su quelle basi, e con una buona diplomazia, l’Italia entrò nel Sei Nazioni. Oggi ci chiediamo se quell’ammissione fu azzardo. Non tanto da parte altrui, ma per parte nostra. Costretti ora a batterci sempre in una categoria che ci arricchisce (parzialmente) ma non ci appartiene. Servirebbe una mobilitazione permanente, di passione e di idee, su tutto il territorio, su tutti i campi. Di cui la Nazionale e le franchigie dovrebbero farsi leva e approdo. Invece qui ognuno preferisce, come da tradizione, guardare ai fatti suoi e lamentarsi. Con quali strumenti, con quale visibilità, con quali mezzi, narrazione e messaggi è possibile compiere questo percorso? Il dibattito è aperto. Ne riparliamo.

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