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Non basta avere la Juve o l’Inter per produrre atleti di primo piano, figuratevi il Calvisano o il Petrarca: serve un progetto e servono le strutture per realizzarlo. In una parola, gli “schei”.
La Fir, qualche anno fa, era partita con un sistema simile, rivelatosi troppo ambizioso, soprattutto dal punto di vista economico.
Ora il modello è stato messo a regime con i cinque Centri di formazione permanente U18, l’Accademia U19, alla quale prima o poi (meglio prima che poi…) si dovrà assolutamente aggiungerne un’altra (quella di Treviso), le due franchigie come terminale del processo di apprendimento.
E i club?
I club sono il rugby in Italia. Sono il corpo di un movimento povero ma volenteroso che ogni fine settimana mobilita decine di migliaia di appassionati, arbitri, dirigenti e atleti. Senza di essi non si andrebbe lontano.
Come può essere valorizzato allora questo sforzo in gran parte amatoriale, benché ai club di Eccellenza la Federazione versi ogni anno contribuiti complessivi per circa 3 milioni?
A Padova, il 19 maggio, per la finale Petrarca v Calvisano (6.800 spettatori), in campo c’erano cinque giocatori (Lamaro, Rizzi, Cannone, Fischetti e Casilio) in procinto di partire per il Mondiale U20 e una dozzina erano stati selezionati per la Nations Cup, in Uruguay, con gli Emergenti.
Questi ragazzi vanno messi in condizione di lavorare al massimo sempre, nelle strutture “hi tech” che solo accademie e franchigie possono offrire. E devono nello stesso tempo poter giocare nei propri club ogni volta che è necessario. Questo è il passo che manca al nostro movimento e che ora è fondamentale per fare il salto di qualità. Riccardo Raffaele, mediano di mischia delle Zebre, classe 1996, ex numero 9 titolare della Nazionale U20, quest’anno con la franchigia di Parma ha giocato in tutto 70 minuti. È uno spreco che non ci possiamo permettere. Certo, Raffaele avrebbe potuto rimanere un altro anno al Calvisano… Ma chi si allena nelle franchigie vive e respira un confronto quotidiano con l’alto livello che è essenziale per crescere. Ora serve un piccolo passo ulteriore: chi nel fine settimana non gioca in PRO14 deve poterlo fare in Eccellenza, ogni volta che vuole e che serve. Con regole trasparenti.
E se i giocatori non sono uniformemente distribuiti fra i club li si assegni d’ufficio, come avviene in altri sport, o in altri paesi. Al diavolo le dietrologie. Gli U23 devono poter salire e scendere di categoria senza limiti. Gli altri, eventualmente, solo per il recupero dopo infortuni gravi. È questo il modo più semplice per dare dignità e valore ai club, inserendoli in modo chiaro un percorso virtuoso, non illudendoli che è possibile tornare al tempo che fu.
Il Lansdowne Rugby Football Club di Dublino è stato fondato nel 1872 e – domenica 6 maggio – battendo all’Aviva Stadium (19-17) il Cork Constitution (anno di fondazione 1892) ha conquistato la sua terza All-Ireland League. Nel palmarès del club ci sono anche 27 Leinster Senior Cup (la prima nel 1891) e cinque All-Ireland Cup (la prima venne conquistata nel 1922).Il Lansdowne FC, insomma, vinceva prima ancora che la palla ovale fosse arrivata in Italia. Nella sua storia ha dato oltre 100 giocatori alla Nazionale irlandese e una dozzina ai British & Irish Lions in tour. Alla finale del 6 maggio col Cork c’erano 800 (ottocento) spettatori. In Irlanda se ne sono fatti una ragione. E sono contenti di vincere, con le province e con la Nazionale.

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