Drop 113

Sale lo spread azzurro: la differenza tra i punti fatti e quelli subiti dall’Italia nel Sei Nazioni, quest’anno, ha superato per la prima volta quota 150 (-151). Mai dal 2000 il gap era stato tanto ampio.
Non solo: gli Azzurri sono gli unici, fra le sei squadre, ad avere un differenziale in passivo, le altre hanno tutte chiuso il torneo col segno più. Nel Pro12 le cose vanno ancora peggio: Treviso e Zebre
sono le uniche il cui spread supera ampiamente i 300 punti (Treviso -321, Zebre -380, alla fine del Sei Nazioni). L’avversaria messa peggio è il Newport, – 165, praticamente la metà.
I numeri evidenziano dunque una situazione di emergenza assoluta, la quale richiede interventi rapidi e decisi. A novembre del 2011, quando lo spread tra i BTP e i Bund arrivò a quota 570 Napolitano chiamò Mario Monti come presidente del consiglio e l’ex commissario europeo il 4 dicembre varò il decreto “salva Italia” tra promesse di sacrifici e le lacrime della Fornero.
Oggi Conor O’Shea suona un campanello di allarme che, fatte le debite proporzioni, suona simile a quello di allora: “per salvare il rugby italiano bisognerà fare scelte dolorose – dice il ct – alle quali
non ci sono alternative”. La prima è mettere la Nazionale al centro di tutto. E dopo di quella le franchigie. Perché se il nostro vertice affonda, con esso affonderà tutto il resto. È fuori discussione infatti che il boom di questi anni è stato innescato dalla partecipazione dell’Italia al Sei Nazioni, dalla visibilità conquistata dal rugby sui giornali e in televisione. Se cala l’interesse per la Nazionale, il resto va a fondo dalla mattina a alla sera. Perché al momento le uniche possibilità di investire alla base della piramide sono legate ai risultati del vertice da cui proviene la stragrande maggioranza delle nostre risorse.
Pensare oggi di ricostruire una Nazionale dal basso è semplicemente un’utopia, in un paese in cui non si fa un’ora di sport a scuola. E come il barone di Münchhausen, Conor O’Shea è costretto a
provare a uscire dalle sabbie mobili tirandosi per i propri capelli.
È un paradosso senza molte alternative. Il rischio è quello di farsi risucchiare verso il basso in un’attesa di crescita che da sola non potrà arrivare.
Ma quanti sacrifici si possono chiedere ancora ai club oltre a quelli che hanno fatto in questi anni? Certo, con la riduzione dei centri U16 e U18 molte società hanno ora una grande opportunità:
inserirsi a pieno titolo nel circuito di reclutamento e formazione. Divenire un anello della catena. Investire in strutture e competenze adeguate, in cambio di finanziamenti e contributi ad hoc: diventare avamposti del movimento sul territorio. Non per perseguire impossibili sogni di gloria individuale ma per il piacere di farlo. In altre parole per la soddisfazione di aver cresciuto un giocatore destinato a emigrare verso un livello più alto non appena si avvicinerà alla maggiore età. È dura, ma è così. In Irlanda club che hanno fatto la storia del rugby come Dungannon, Shannon, Garryowen continuano a essere fucine di talenti, ma hanno dovuto fare un passo indietro rispetto alle quattro provincie e si godono oggi una serena e orgogliosa attività semi-amatoriale. Idem in Scozia – Falkirk, Ayr, Selkirk…- o in Galles – Pontypool, Pontypridd, Bridgend…
I club di una volta (si fa per dire) resistono solo in Francia e in Inghilterra. Ma per imitare quei modelli c’è una sola ricetta: disporre degli stessi soldi. Non è il nostro caso, purtroppo.

Gianluca Barca

 

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