Chi è Maxime Mbandà

La terza linea del Calvisano (dalla prossima stagione alle Zebre), sabato contro gli Usa, farà il suo esordio in Nazionale da titolare divenendo l’Azzurro numero 662.

Conosciamolo meglio nell’estratto di questa intervista pubblicata su Allrugby lo scorso mese di ottobre.

“La cosa che mi diverte di più del rugby? Rubare il pallone agli avversari. Quando vedo un giocatore a terra, il mio istinto è infilare le braccia tra lui e il sostegno, aggrapparmi alla palla, chiudere gli occhi e tirare con tutta la forza che ho. Se l’arbitro fischia un calcio di punizione per “tenuto”, oppure il pallone schizza dalla mia parte, è proprio una bella soddisfazione. Ci vuole occhio, tempismo, intuizione: è la cosa che mi piace di più del mio ruolo”.  A 22 anni Maxime Mbandà, terza linea del Calvisano, è uno dei ragazzi più promettenti su cui puntare per il futuro. Ma non bisogna dirglielo, perché il suo mantra, è “umiltà, rimanere con i piedi per terra. Sarà la prima cosa che insegnerò ai miei figli – dice -. Guai farsi prendere dagli eccessi di fiducia, di confidenza”.
A Calvisano è arrivato nell’estate del 2013, proveniente dall’Accademia, “prima ero uno dei tanti ragazzini che giocavano a rugby e sognavano nella giungla rugbistica di Milano (ha detto proprio giungla, ndr)”.
Nelle prime due stagioni di Eccellenza, Maxime Mbandà, con la squadra giallonera, ha vinto tutto quello che c’era da vincere e ottenuto molto di quello che c’era da ottenere: due scudetti, la Coppa Italia, ha conquistato la qualificazione alla Challenge Cup ed è stato chiamato come “permit player” dalle Zebre, a marzo in occasione della vittoria contro i Newport Dragons, e a luglio per rimpiazzare i “nazionali” durante la preparazione estiva e le prime partite del mese di settembre.
Manca solo la Nazionale…
“Quella ovviamente resta un obiettivo, ma ci vado piano, ho ancora tante cose da imparare”.
Di Calvisano ricorda l’approdo, due estati fa, mica un secolo: “ero un ragazzino – racconta – se guardo le foto di quei giorni, mi vedo diverso, nella struttura, nel fisico, anche nei lineamenti del viso. Sono cresciuto, mi sono formato, ho imparato molto”.
Cosa per esempio?
“Ho imparato il come e il perché di quello che facciamo: prima molte cose le facevo d’istinto, senza saperne bene la ragione. A fianco di gente come Paul Griffen, come Salvo Costanzo, come Cavalieri, Vilk, Paino Hehea, ma anche di ragazzi come Braham Steyn, come Marcellino Violi, come Castello ho capito lo scopo e le conseguenze di molti movimenti, ho imparato a capire il gioco. Ho capito cosa una squadra si aspetta da un giocatore come me, perché devo fare certe cose e non altre. In allenamento, con Gianluca Guidi, e in campo, al fianco dei compagni, ho assorbito tutto quello che c’era da assorbire, ho rubato tutto quello che c’era da rubare. Ma la strada è ancora lunga. Non mi fermo, non mi accontento”.
Due anni da sogno, passando di vittoria in vittoria, ottenendo una promozione dietro all’altra: subito titolare in prima squadra a Calvisano, poi convocato nella Nazionale “Emergenti”, infine titolare nelle Zebre per le prime due partite della stagione 2015/2016.

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