Chi è David Sisi

Prima convocazione in maglia azzurra per il giocatore delle Zebre. Ricordi di infanzia sugli sci all’Abetone, una carriera in salita a causa degli infortuni, la riscossa a Parma, tra seconda e terza linea. Ecco il ritratto di David Alexander Sharp Sisi, classe 1993, 1.96cm per 120 kg: un’altra scoperta dell’ultima stagione
Di Federico Meda

“Nasco in Germania (a Rinteln, Bassa Sassonia) ma in una base militare inglese, quindi tecnicamente in territorio britannico. Ci trasferiamo in UK quando ho solo due anni, girando alcune basi dell’esercito fino a quando ci stabiliamo a Southampton”.
Il papà di David, Carlo, è nato in Gran Bretagna da genitori italiani, lui dell’Abetone, lei di Sora, scappati in Scozia a causa della seconda guerra mondiale. Per questo Sisi ha ancora molti parenti in Italia – zie, zii e cugini – che ora può incontrare abbastanza spesso, prima solo in occasione delle vacanze che lo portavano a sciare all’Abetone. Non parla molto in italiano, capisce però, e non si spiega perché suo padre non gli abbia mai parlato la sua lingua madre, ma solo inglese. Di rugby, nel sangue dei Sisi, non v’è traccia, nessuno aveva mai giocato prima di David e lui stesso solo verso i sedici anni ha pensato di poter diventare un giocatore professionista, quando ha iniziato a presenziare a trial e selezioni per la nazionale inglese e a vivere a Londra grazie all’Academy dei London Irish. “Andavo al college e vivevo da solo, è stata un’esperienza importantissima che è sfociata nel primo contratto professionistico”. Dopo tre stagioni con i londinesi devoti a San Patrizio, 4 anni a Bath e l’etichetta di predestinato: David è con ricorrenza nelle liste dei migliori prospetti del regno, scende in campo 14 volte (con 3 mete) nell’U20, con cui vince Sei Nazioni e Mondiale di categoria nel 2013. “Iniziano le prime interviste e, purtroppo, anche i primi infortuni. All’epoca giocavo il mio miglior rugby di sempre ma ho avuto tanti stop di 6-7 e più mesi (l’avulsione dei flessori dall’inserzione dell’osso prima e la frattura della scapola poi lo costringono all’operazione, ndr) perdendo intere stagioni e molti treni. Quando sei infortunato così spesso è difficile entrare in rotazione, sono anche tornato in prestito ai London Irish nel 2015/16 poi sono tornato a Bath l’anno scorso. Ho giocato ma c’era tanta concorrenza e ho pensato a dove e come ricostruire la mia carriera”. Sisi cerca infatti un posto tranquillo, dove giocare senza troppa pressione e completare, dopo anni, se possibile un’intera stagione. Le offerte non mancano: Francia, Inghilterra, perfino Spagna. Poi salta fuori la pista italiana, quasi per caso: “Conoscevo alcuni giocatori di vista, come Tommaso D’Apice, ma non c’era un link diretto con il club. Probabilmente il fatto di poter essere eleggibile mi ha messo nel mirino, forse no. Potevo giocare seconda e terza, avevo buone credenziali e ho accettato quasi subito”. La cosiddetta offerta giusta al momento giusto: il Pro14 ha meno partite della Premiership, è meno stressante e le Zebre sembrano un club che riflette la sua situazione di nothing to lose, niente da perdere. Arrivano la firma e il trasloco, con al seguito sia la fidanzata, Ana, che insegna inglese, sia il cane, Odin, un bulldog dal nome vichingo. Inizia così la vita a Parma, nel Paese dei nonni. “È stata una scelta davvero azzeccata. Mi sono trovato subito bene con Bradley, con la città, lo stile di vita. Ho una casa comoda sia per raggiungere il campo sia il centro in pochi minuti. In bici o in automobile, dipende dal tempo. E poi il gruppo, molto ambizioso, giovane che si sposava con gli obiettivi societari di compiere un salto di qualità”.
A Sisi, come già a Polledri e Negri, abbiamo chiesto di spiegarci il motivo del gap tra noi e le altre Rugby Nations in termini di confidenza con il gioco. Tutti e tre hanno ragionato dei numeri (solo due franchigie professionistiche, bacino d’utenza per le selezioni ridotto, poca profondità del parco giocatori potenzialmente internazionale) ma David ha aggiunto anche uno spunto sull’environment, l’ambiente necessario per puntare in alto: “la pressione, l’audience, le expectations che il rugby anglosassone garantisce fin dalle giovanili è uno stimolo enorme per i futuri giocatori. In Gran Bretagna la struttura, il pathway per l’alto livello sono molto più oliati, chiari, il che rende le scelte più facili, più naturali. L’ambizione è parte integrante”.
Da noi effettivamente stiamo ancora cercando il metodo per portare i migliori giocatori al livello dei pari età delle home nations; e i recenti aggiustamenti sul numero di accademie e centri di formazione e il ritardo nell’apertura di quella di Treviso fanno capire quanto sia ancora lontano il momento in cui la nostra strategia di sviluppo dei giovani potrà dirsi completa e garantire gli standard richiesti da nazionale e franchigie. Intanto godiamoci questi gioielli formati da altri ma legittimamente eleggibili per l’azzurro: “Ho parlato talvolta con Conor e dopo questa stagione a Parma sono convinto di potermi giocare delle chance per la Nazionale nel prossimo futuro. Mi sento molto italiano, a livello di radici, quindi perché no?”.
Il problema, se così si può chiamare, gli spieghiamo, è che potremmo ritrovarci con un’intera terza linea di formazione inglese, con Sisi, Polledri e Negri, nessuno dei quali parlala nostra lingua. In tanti, quasi certamente, potrebbero storcere il naso, al grido di “prima gli italiani”. “Capisco il discorso e lo rispetto – dice il giocatore -. Ma io mi sento anche italiano e siccome il nostro focus è far crescere il rugby in questo paese e far diventare la Nazionale il più forte possibile, chiedo a tutti di pensare al common goal e di lasciare da parte la politica, sia essa federale o di World Rugby. Dobbiamo essere concentrati sul campo e migliorare la nostra winning culture.
A proposito di off the pitch, David, cosa ti piace fare nel tempo libero? “Adoro la vostra cucina e la qualità del cibo in genere. Qui ho imparato che il parmigiano si può anche mangiare e non solo grattugiare sulla pasta. Ma è solo un esempio di quanto siano diversi gli standard rispetto all’Inghilterra. Mi piace molto anche il Lambrusco e la cucina del territorio in genere. Ma, ultimamente, sono rimasto molto colpito dagli arancini, una scoperta fantastica! Per questo sto facendo pratica con un camper: l’obiettivo è di girare il più possibile l’Italia (e l’Europa)”. Altre passioni? “Mi piace andare al cinema, anche se la proposta in lingua originale di Parma non ci basta. Per il resto seguo un po’ i social network – Twitter in particolare – ma faccio molta attenzione a non dare in pasto ai fan la mia vita privata”. (federico meda)
David Sisi è arrivato alle Zebre l’estate del 2017. Nella sua prima stagione in Italia ha disputato 18 partite in PRO14 (16 da titolare) per un totale di 1236 minuti (una meta, nell’ultima partita contro il Treviso, e un giallo, a settembre contro i Cheetahs). In Challenge Cup ha giocato 5 partite, 263 minuti in tutto.
In Premiership aveva disputato 6 partite con la maglia dei London Irish (2011/2012) e 13 con quella del Bath, tra il 2015 e il 2017.

Nella foto, di Roberto Bregani/Fotosportit, David Sisi impegnato contro l’Enisej in Challenge Cup

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