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Quanto il vale il campionato di Eccellenza? Nel numero scorso Luciano Ravagnani ha provato a rispondere a questa domanda giungendo a una conclusione interessante: non vale affatto poco, perché è dal campionato che continua a transitare la maggior parte dei giocatori che arrivano in Nazionale.
Però il campionato non interessa, si dice, né al pubblico (escluso quello di Rovigo) né agli sponsor (sempre di meno e, salvo qualche raro caso, sempre meno generosi), pochissimo alla televisione, il che lo rende una manifestazione dimessa dal punto di vista della visibilità, del richiamo mediatico e dell’appeal.
Di chi è la colpa? Qui l’analisi si fa più complicata e non è vero nemmeno il fatto che al rugby mancano le grandi città: il basket riempie i palazzetti anche in A2 e soprattutto nei centri più piccoli che costituiscono la base di un robusto tessuto di passione locale: 3.000 spettatori di media a Biella, nella regular season, 2.700 a Trapani, oltre 2.000 a Scafati (3.500 per le partite di playoff). In A1, Capo d’Orlando ne fa più di duemila ogni partita. Cifre che fanno invidia a qualunque squadra di Eccellenza e competono con quelle di Treviso e Zebre nel Pro12.  E lasciamo perdere la pallavolo, salvo citare un dato, quello di gara 1 nel campionato femminile tra Conegliano e Piacenza: palazzetto esaurito, 5.300 spettatori.
Insomma, al di là della Nazionale, che riempie l’Olimpico e continua a fare grandi numeri, il rugby non scalda il pubblico italiano, nemmeno in quelle aree dove la tradizione è più forte e i risultati più positivi. Mentre altri sport fanno il pieno, in barba alle dimensioni geografiche dei loro territori di riferimento.
La provincia Brescia conta oltre 3.500 rugbisti tesserati, un dato che la colloca fra le prime cinque d’Italia. Ma a Calvisano per la semifinale di ritorno contro il Petrarca, ultima partita in casa della stagione per i campioni uscenti, c’erano si è no 2.000 spettatori, in uno stadio (in parte nuovo) che ne può contenere quasi 5.000.
Per le partite di Challenge Cup col Cardiff, gli Harlequins e il Montpellier il pubblico era anche meno. “Più di così non possiamo fare – diceva sconsolato il presidente del club lombardo, Alessandro Vaccari -: abbiamo vinto tre degli ultimi cinque campionati e portato al Peroni Stadium alcune delle squadre e dei giocatori più famosi del mondo. Che altro serve?”.
I piccoli centri penalizzano i grandi numeri, si dice. Ma per le partite di play off per la promozione alla serie A, il Basket Brescia si è trasferito dal capoluogo a Montichiari (10 km di distanza da Calvisano) dove le sfide con la Fortitudo Bologna hanno fatto regolarmente il tutto esaurito: oltre seimila spettatori, e se la capienza dell’impianto fosse stata maggiore anche il pubblico sarebbe aumentato.
Non resta che ammettere che mentre la Nazionale, il Sei Nazioni, i test match, sono avvenimenti di richiamo, il rugby di club in Italia non lo è. I palazzetti ribollono di passione, gli stadi no.
Riferisco a questo proposito un dato su cui ragionare: al Liberty Stadium di Swansea, le partite (di calcio) di Premier League della squadra di Guidolin fanno regolarmente il tutto esaurito (oltre ventimila spettatori), gli Ospreys, sulle stesse tribune si fermano a una media di sei/settemila. “La Premier League è un marchio irresistibile, anche in un Paese a vocazione ovale come il Galles – spiegava un collega gallese -. L’atmosfera di una partita col Chelsea, l’Arsenal, il Manchester United, nel rugby la trovi solo se gioca il Galles al Millennium Stadium”.
Dunque è anche una questione di marketing, di promozione, di capacità di creare un prodotto di qualità. Di suscitare interesse e coltivare emozioni sul territorio.  Su questo, guardando ai numeri degli spettatori, anche il calcio italiano si dovrebbe interrogare. Figuriamoci il rugby.
Gianluca Barca

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