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I successi del Giappone alla Coppa del Mondo, supportati nel Paese del Sol Levante da ascolti televisivi straordinari (oltre 50 milioni – cinquanta! – per il match con la Scozia), hanno riacceso il complesso di isolamento del rugby e la sua cattiva coscienza nei confronti della platea globale.
È bastato che i Brave Blossoms raggiungessero i quarti di finale, che subito è partito il tam tam per includere il Giappone in una delle grandi manifestazioni internazionali, a partire dal Sei Nazioni. Per carità qui non si tratta di escludere nessuno (l’Italia…), né creare dualismi particolari. Fanno gola ovviamente i 126 milioni di giapponesi e un parco di sponsor tale (le multinazionali che sostengono la Top League, Honda, Canon, Yamaha, Toyota, Panasonic…) da suscitare in Europa sensi di colpa e appetiti ancestrali.
Nel vecchio continente, del resto, il rugby è patrimonio di meno di 200 milioni di appassionati (degli oltre 700 totali che abitano il territorio compreso tra l’Atlantico e gli Urali). Nel resto del mondo, Nuova Zelanda, Australia, Sudafrica, Argentina e Isole del Pacifico superano di poco, tutte insieme, i cento milioni.
Inevitabile che il Giappone faccia gola.
Il calcio però non si sognerebbe mai di aprire alle squadre giapponesi la Champions League, anche se la Copa America, la manifestazione più antica per squadre nazionali, nel 2019 ha rimpiazzato gli Usa e il Messico, guarda caso, proprio con il Giappone e il Qatar, cui Valerio Vecchiarelli dedica importanti considerazioni in questo numero della rivista.
Il punto è che alla fine del secolo scorso il Giappone del rugby era…l’Italia: sessanta milioni di abitanti, una squadra in crescita costante, marchi commerciali di prestigio noti in tutto il mondo: Fiat, Ferrero, Barilla, Gucci, Piaggio, Armani…
Quando nel 1998, per far posto agli Azzurri, venne creato il Sei Nazioni, l’illusione, soprattutto Oltremanica, e al di à del canale di San Giorgio, era grande: si immaginava un torneo sponsorizzato dalla moda italiana, dal suo “food” e dai suoi vini. Mai speranza fu peggio riposta: canali televisivi sempre più di nicchia, i partner commerciali (fino al recente arrivo di Cattolica) nella maggior parte dei casi stranieri, audience assai inferiore a quella delle rivali, a parte l’Olimpico, quello sì, quasi sempre pieno. Certo, i risultati…dirà qualcuno. Ma qui la discussione pare quella dell’uovo e la gallina: non ci siamo evoluti per la modestia degli investimenti delle imprese e dei network italiani o questi non sono mai arrivati perché la Nazionale non vinceva?
Sta di fatto che oggi ci chiediamo perché stupisce il Giappone.
Perché è un paese che intorno al rugby, alla propria maniera, ha saputo fare sistema, trovando le risorse per un professionismo vero. Perché dopo i Mondiali di calcio del 2002, organizzati insieme alla Corea del Sud, non sì è votato al modello del “calcio pigliatutto” come succede qui da noi: ha creato persino una buona scuola di velocisti che, nelle ultime due edizioni dei Campionati del Mondo di atletica ha vinto medaglie nella 4×100 maschile, dimostrando che Matsushima e Fukuoka non sono stati pescati alla lotteria ma sono frutto di un lavoro su scala nazionale.
Tutto ciò per dire che non di solo rugby dobbiamo parlare quando misuriamo la nostra delusione per quanto riguarda un ranking che non riusciamo a scalare. C’è tutto un Paese da mobilitare. In termini di formazione, di visibilità, di organizzazione, di investimenti, di comunicazione. È inutile stare a recriminare sul rimbalzo di una palla ovale. Esistono da noi i mezzi per arrivare dove sogniamo? Italia se ci sei batti un colpo.
Gianluca Barca

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